Le rovine come monito e memoria: il Giuramento di Platea e l'Acropoli di Atene


Nel 479 a.C. a Platea si combatté una feroce battaglia tra greci e persiani. I greci alla fine vinsero, ma i persiani riuscirono a devastare l’Acropoli. I greci giurarono di non ricostruirla, e di lasciarla in stato di rovina: doveva servire da monito.

Nel 1945, l’Architectural Press di Londra pubblicò un libro di poche pagine intitolato Bombed Churches as War Memorial. L’opuscolo sosteneva che le chiese in rovina, danneggiate dalle bombe della guerra, dovessero rimanere tali affinché potessero trasformarsi in monumenti culturali di grande impatto visivo per l’intera popolazione e per le future generazioni. Tuttavia, l’idea di convertirle in luoghi commemorativi prese piede diversi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nel maggio 2017, la compagnia Donald Insall Associates, guidata dall’architetto Donald Insall, terminò i lavori presso la chiesa di San Luca a Liverpool costruita nel 1832, nota anche come St Luke’s, The Bombed-Out Church, la chiesa distrutta dai bombardamenti. La compagnia si occupò di affrontare i problemi di degrado dei materiali che si erano verificati nell’edificio in rovina colpito nel 1941 da ordigni incendiari. Il progetto consisteva nella rimozione della vegetazione invasiva, nella riparazione e ricostruzione delle murature superiori, e nella valorizzazione del santuario attraverso un sistema di illuminazione architettonica; interventi che portarono alla rimozione dell’edificio dal registro delle strutture a rischio, conosciuto come Heritage at Risk Register, pubblicato da Historic England.

Nonostante il trattamento di cura della rovina, la tradizione paesaggistica inglese, risalente al romanticismo, associava il concetto di macerie al decadimento naturale e all’impotenza dell’uomo di fronte alla natura, affermando che persino i danni delle bombe fossero in qualche modo pittoreschi, come dichiarato da Kenneth Clark, direttore della Galleria Nazionale di Londra, sul quotidiano Times nel 1944. Quell’anno, il giornale pubblicò una lettera firmata da diverse figure di spicco, in cui si sosteneva che le chiese distrutte dovessero essere conservate nelle loro stesse condizioni come memoriali della guerra. Secondo l’uomo moderno, facendo riferimento alla corrente del Romanticismo inglese, l’archeologo non ha quindi il compito di preservare o ricostruire il sito distrutto, ma deve comprendere, assimilare e fare totalmente sua la rovina, che diventa un’opera d’arte carica di sentimento e non rientra nell’archeologia moderna. “Una rovina è più di una raccolta di detriti. È un luogo con una propria individualità, carico di proprie emozioni, atmosfere e drammi, di grandezza, di nobiltà o di fascino”, ha affermato Rose Macaulay nel suo Pleasure of Ruin - “Il piacere delle rovine” del 1984.

La chiesa di San Luca a Liverpool. Foto: National Churches Trust
La chiesa di San Luca a Liverpool. Foto: National Churches Trust

Per il popolo greco, il concetto e il processo di memorizzazione dei luoghi sacri e degli spazi espositivi all’interno di tali luoghi non furono differenti. Dopo la seconda guerra persiana e la battaglia di Platea, avvenuta nel 479 a.C., durante la quale Atene fu saccheggiata dall’esercito persiano di Serse I, i Greci decisero, attraverso una clausola denominata Giuramento di Platea, di non ricostruire né l’acropoli di Atene né i templi distrutti dall’esercito nemico. Qual era l’obiettivo del Giuramento? Tra i vari codici d’onore descritti nel patto, basati sui fondamenti della democrazia, lo scopo principale era quello di lasciare i templi e le strutture sacre nello stato di rovina e distruzione in cui si trovavano, affinché ogni persona potesse vedere l’atto sacrilego e blasfemo che il popolo persiano aveva commesso con tanta crudeltà nei confronti della Grecia. Ce ne lascia una prova scritta il politico ateniese Licurgo nel suo testo tradotto del Giuramento: “[...] E dei templi distrutti dai barbari non ne ricostruirò affatto neppure uno, ma li lascerò per i posteri come ricordo della empietà dei barbari”.

Per il popolo greco, l’Acropoli rivestiva un’importanza senza eguali. La località, situata su colline che formavano la parte alta della città, dominava ogni altra zona, poiché fin dall’età micenea era riservata alla difesa delle residenze reali, in modo simile ai nostri castelli medievali. L’Acropoli nacque dunque con una funzione governativa e politica, in una posizione strategica. Non a caso, la sua etimologia deriva dal greco antico “akros” e “polis”, parole che significano “alta città”. Era nel palazzo sulla collina, che viveva il re della città. A partire dal VI secolo a.C., la funzione dell’Acropoli cambiò. Gli edifici reali e l’attività politica vennero spostati all’interno dell’agorà, la piazza principale della città, lasciando all’Acropoli l’onore di ospitare santuari e statue votive delle divinità che proteggevano la città. La trasformazione sottolineò il ruolo dell’Acropoli come centro religioso e culturale, piuttosto che politico, rendendola un simbolo di grande valore spirituale e identitario per i Greci.

Sebbene in linea generale la trasformazione da centro politico a centro religioso dovette aspettare un altro secolo per affermarsi, già intorno al VII secolo a.C., durante l’età arcaica, l’Acropoli di Atene svolgeva una funzione sacra. Non si conosce molto dei vari edifici presenti sull’altura, ma possiamo affermare che già esistesse un primo Partenone, comunemente chiamato Vecchio Partenone, posizionato sull’attuale santuario, e l’antico Tempio di Atena Polias (529-520 a.C.), opera costruita sotto il tiranno ateniese Pisistrato (600-528/527 a.C.). Il tempio, situato tra gli attuali Eretteo e Partenone, si ritiene conservasse al suo interno una statua lignea, uno xoanon (immagine di culto) di Atena Poliade.

L'Acropoli. Foto: Christophe Meneboeuf
L’Acropoli. Foto: Christophe Meneboeuf
I Propilei. Foto: George E. Koronaios
I Propilei. Foto: George E. Koronaios

A Pisistrato si deve inoltre la costruzione del primo (in linea temporale) ingresso monumentale dei Propilei in marmo bianco pentelico, che seguivano quelli di origine micenea, ai quali seguirono poi quelli costruiti da Pericle (437-432 a.C.). L’acropoli arcaica ospitava anche numerose sculture di divinità, opere votive e le serie di Kouroi e Korai di marmo insulare dipinte, un gruppo di statue maschili e femminili della seconda metà del VI secolo a.C., oggi conservate presso il Museo dell’Acropoli di Atene. Con la battaglia di Platea, i Persiani depredarono Atene e distrussero l’Acropoli: i suoi templi, le sue statue, le mura e i Propilei furono rasi al suolo. Decapitarono le sculture votive, riducendo l’Acropoli e Atene stessa a un cumulo di macerie e polvere, polvere che sapeva di dolore, rabbia e fuoco, portata via dal vento. Con la devastazione dell’Acropoli, i Persiani volutamente annientarono la memoria e il cuore della città, compiendo una frantumazione violenta dell’identità greca. I detriti dell’Acropoli non hanno perciò nulla a che fare con la poetica romantica del Ottocento. Per il popolo greco, mostrare al mondo l’affronto subito attraverso il Giuramento di Platea non aveva tratti romantici: le rovine delle statue decapitate e i templi bruciati non divennero mai opere d’arte, né anticiparono l’estetica pittoresca usata per rappresentare e fotografare le chiese bombardate del 1945. Eppure, il linguaggio silenzioso e drammatico della risposta greca riuscì a sollevare simbolicamente un messaggio chiaro, che Eschilo racchiuse nel 472 a.C. nella tragedia I Persiani: l’Hybris, l’orgoglio arrogante e il titanismo dei persiani diventano l’esempio della superbia di Serse I, causa della sua stessa disfatta, per mano della Nemesis, la conseguente vendetta divina: “[...] Là sofferenze atroci li attendono e sarà il castigo per la loro superbia, per il loro empio ardire. Sono infatti coloro che giunti sul suolo greco, non ebbero ritegno di predare gli idoli degli dei, di dare fuoco ai templi: altari devastati, statue sacre divelte e gettate a terra, alla rinfusa. Chi ha fatto del male, ne soffra altrettanto, non meno! […] Cumuli di cadaveri fino alla terza generazione insegneranno che non deve chi è mortale essere troppo superbo […] Guardate quindi il castigo di questa impresa e sempre ricordate Atene, ricordate la Grecia!”

Il Giuramento di Platea resse per diversi anni, ma non rappresentò la soluzione definitiva per il futuro dell’Acropoli. Nessuno dei templi in rovina divenne mai una sorta di memoriale della guerra. Nel 447 a.C., per ricostruire l’Acropoli, l’intero gruppo di sculture arcaiche mutilate, che non potevano essere né gettate come rifiuti né potevano lasciare il perimetro della zona sacra, vennero disposte sotto un cumulo di terra nelle fondamenta della nuova Acropoli, in diversi spazi: nella zona ovest e nord del nuovo Partenone, nella zona sud e in uno spazio tra il muro e la roccia. Durante le spedizioni archeologiche e le modifiche dell’Acropoli nell’Ottocento, l’intero complesso di sculture fu ritrovato intorno al 1863 e costituisce tutt’ora il più grande ritrovamento di epoca arcaica, al confine con lo stile severo e classico dell’arte greca. Il cumulo di macerie e materiali votivi seppelliti prese il nome di Colmata Persiana, o Perserschutt in tedesco.

Ritrovamenti nella Colmata Persiana (1865; New York, Metropolitan Museum of Art)
Ritrovamenti nella Colmata Persiana (1865; New York, Metropolitan Museum of Art)
Artista greco arcaico, Moscoforo (570-560 a.C.; marmo dell'Imetto, altezza 162 cm; Atene, Museo dell'Acropoli)
Artista greco arcaico, Moscoforo (570-560 a.C.; marmo dell’Imetto, altezza 162 cm; Atene, Museo dell’Acropoli)
Artista greco arcaico, Kore col peplo (540-530 a.C.; marmo, altezza 120 cm; Atene, Museo dell'Acropoli)
Artista greco arcaico, Kore col peplo (540-530 a.C.; marmo, altezza 120 cm; Atene, Museo dell’Acropoli)

Tra i resti ritrovati, recanti ancora segni di bruciature e vandalismo, vi sono opere come il Moscoforo in marmo, un tempo policromo, la suggestiva Kore di Euthydikos anch’essa in marmo, databile al 490-480 a.C., la Kore con il peplo, il Cavaliere Rampin e l’Athena Angelitos in marmo pentelico. Oggi, i reperti della Colmata Persiana rappresentano una parte importante del gruppo di opere custodite presso il Museo dell’Acropoli di Atene. Nel 1997 l’archeologa tedesca Astrid Lindenlauf descrisse la Colmata Persiana come “una spianata di macerie uniformi causate dai Persiani che sono state in seguito sfruttate dagli Ateniesi secondo un progetto di riordino e di riutilizzo per costruzioni e terrazzamenti sull’Acropoli negli anni successivi al 480 a.C.”.

Differenti dagli scavi e dai ritrovamenti votivi scultorei, sono invece le scoperte legate alle macerie e ai resti dei templi e delle strutture architettoniche che prendono il nome di Colmata Tirannica Tyrannenschutt. Il termine si riferisce infatti alle strutture costruite durante il periodo tirannico greco. Tra gli edifici scoperti a sud e sud-est dell’attuale Partenone, gli archeologi trovarono porzioni in poros di frontoni, come il Frontone dell’Hydra e il Frontone dell’apoteosi di Eracle, ancora ben conservato, oltre a diverse architetture e piccoli tempietti arcaici come le fondazioni Dörpfeld le quali appartenevano al tempio di Atena Polias e furono così chiamate in onore dell’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld (Barmen, 1853 – Leucade, 1940), che le scoprì e le analizzò. Il fenomeno della Colmata Persiana e Tirannica attirò archeologi e artisti da tutto il mondo. Uno di questi fu l’architetto Le Corbusier (La Chaux-de-Fonds, 1887 – Capo Martino, 1965), che sottolineò l’importanza dell’Acropoli e delle sue rovine nel contesto architettonico mondiale. Le Corbusier rimase affascinato dalla luce, dalle forme lineari delle superfici e dalla bellezza del paesaggio greco. Queste impressioni lo avvicinarono al pensiero di grandi architetti greci come Dimitris Pikionis (Il Pireo, 1887 - Atene, 1968), il quale decise di intervenire intorno all’Acropoli con un progetto di valorizzazione degli spazi e delle antiche strade, lavorando sul concetto di memoria greca universale. Il suo progetto, la Passeggiata dell’Acropoli di Atene (1954-1957), mirava a integrare armoniosamente il passato e il presente, rispettando la storia e la cultura greca.


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Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



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