Dopo Mozzarella in Carrozza, grande opera di Gino De Dominicis che apre la mostra Facile Ironia al Museo MAMbo di Bologna, il percorso si frammenta in tante opere che tendono a perdersi e non incidere all’interno di un allestimento dove i muri rossi e gialli invadono e permangono troppo nella testa dello spettatore. Mozzarella in Carrozza sfida ogni interpretazione univoca, diverte e spiazza, una battuta visiva che nasconde, sotto la sua apparente semplicità, una riflessione più profonda sulla percezione, sul linguaggio e sulla natura stessa dell’arte. Tempo e immortalità, assurdo e metafisico. La mozzarella, posta sul sedile di un’ antica carrozza nera, genera un cortocircuito concettuale tra un passato forte ed eterno e la transitorietà e fragilità della materia. Una battuta linguistica che elabora in modo forte ed originale il ready made di Marcel Duchamp, che poi accompagnerà tutta la mostra come un fantasma ingombrante.
Tutta l’arte moderna e contemporanea si basa sempre su uno scarto concettuale che mette in discussione la definizione classica di opera d’arte, e che rimanda a qualcosa di necessariamente “ironico”. Per questo motivo, oltre ad un’ironia amara e concettuale, che pervade moderno e contemporaneo, sarebbero servite in mostra anche opere che fossero più frontali e immediate rispetto una realtà complessa e pulsante che nel 2025 viviamo fortemente fuori dai musei. Mancano, per esempio, artisti come Gabriele Picco con la sua pittura ironica e onirica, e come Giulio Alvigini che ha saputo declinare la cultura dei meme sul mondo dell’arte. Allo stesso tempo artisti come Riccardo Baruzzi e Federico Tosi (per fare due esempi) sembrano scelte gratuite e forzate.
Tra le tante opere di non grandi dimensioni, piccole foto in bianco e nero, disegni, piccoli interventi, abbiamo per esempio perso il lavoro di Roberto Fassone, pur avendo fatto ben due visite alle mostra, mentre ci sono piaciute le opere di Italo Zuffi, Maurizio Mercuri (anche se limitato) e Francesco Vezzoli. Troppi piccole e minimal le opere di Monica Bonvicini e Lara Favaretto che, se da un lato, fanno pensare ai problemi di dimezzamento del budget che il museo ha dovuto affrontare negli ultimi anni, dall’altro lato a percorsi in cui l’ironia non ha effettivamente una presenza così forte e preponderante. La sensazione è che sarebbe servito in mostra un completamento più giocoso e frontale rispetto, per esempio, all’ironia sottile e concettuale di Italo Zuffi che segue per molti giorni e fotografa il gallerista che lo aveva rifiutato come artista.
La parte di mostra dedicata all’ironia nell’arte femminista non restituisce l’importanza di questo movimento: ci sono opere sicuramente importanti in chiave storica, ma appaiono tuttavia deboli e poco incidenti per competere con la complessità del 2025. In generale per capire ed entrare nelle opere in mostra bisogna leggere tantissimo, tantissime didascalie lunghe e scritte in piccolo su fondo colorato. Questo, se ci pensate, uccide un aspetto fondamentale dell’ironia: ossia l’immediatezza. Si ha una sensazione simile al dover spiegare una barzelletta. Se questo avviene, perdiamo ovviamente quella frontalità e quella immediatezza che sono fondamentali per attivare la dimensione ironica dell’opera. Se uno spettatore dovesse leggere tutte le didascalie che sono in mostra e i testi presenti dentro molte opere, impiegherebbe ore e ore, andando così a condizionare pesantemente la sua esperienza.
Al MAMbo troviamo poi Pascali, Boetti, Accardi, Cattelan: tutti grandi artisti, ma in mostra perdono anche loro, con opere che vengono soffocate dai colori delle pareti e dalle tante opere che hanno intorno. I piccioni di Cattelan, fermi e tassidermizzati (Ghosts), perdono mordente, e si ha ancora una sensazione di insoddisfazione, come se quei piccioni, per incidere nel 2025 (l’opera risale al 1997), dovessero quantomeno essere vivi.
Questa mostra, pur dimostrando uno sforzo in senso storico per leggere i cinquant’anni del museo MAMbo, dimostra ancora una volta la crisi dell’arte contemporanea e del sistema dell’arte nel definire modi, atteggiamenti, visioni e attitudini utili per affrontare il nostro presente. La sensazione è che gli artisti e i curatori delle ultime generazioni, emersi tra la fine degli anni Novanta e i giorni nostri, siano come arenati nelle secche del Novecento, dei ready made e del postmoderno, senza che la citazione possa appunto diventare un ponte per affrontare efficacemente la contemporaneità.