Bernini artista totale: com'è la doppia mostra di Palazzo Chigi ad Ariccia


Due mostre al Palazzo Chigi di Ariccia, entrambe dedicate a Bernini, approfondiscono la sua idea di unità delle arti visive (pittura, scultura, decorazione, architettura ecc.). La seconda, in particolare, presenta materiale della ricca Collezione Koelliker.

Le cornici dorate, gli specchi e i dipinti, le teste di scultura urlanti dicono dello sfarzo richiesto dal patrizio e dello sforzo collettivo degli artisti per accontentare il signore. È, era, la carrozza che, grazie all’invenzione del 1657 di Giovan Lorenzo Bernini, portava e celava per Roma Flavio Chigi, il cardinal nepote di Alessandro VII. Questo nella prima sala del secondo piano di palazzo Chigi ad Ariccia. All’opposto, nell’ambiente seguente, Bernini in persona, ma trent’anni prima, che si raffigura mentre, giovane pittore arrivato da bambino in quell’Urbe che contribuirà a definire capitale barocca del cattolicesimo, è concentrato a disegnare su un foglio rischiarato da una luce che gli arriva alle spalle nella sua camera buia. Una luce tutta sua, tanto da venir definita “alla bernina”, che gli ispirerà infiniti capolavori.

Due mostre ad Ariccia, inaugurate il 7 dicembre, riprendono fino al 18 maggio il discorso sulla figura del “Cavalier Bernino” nel centro dei Castelli romani che l’artista contribuì a trasformare con i lavori in palazzo Chigi e, sull’altro lato di piazza della Corte, con la costruzione della chiesa dell’Assunta, eretta su suo progetto e per i medesimi committenti a partire dal 1663.

Entrambe le esposizioni sono curate da Francesco Petrucci, conservatore di palazzo Chigi. E la prima, concentrata tutta nella prima stanza del piano un tempo riservato alla servitù della principesca dimora chigiana ora riconvertita in museo di se stessa, offre uno sguardo approfondito, benché per pochi cenni, del “bel composto”, ossia di quell’unità delle arti visive (pittura, scultura, decorazione, architettura, eccetera) messo in atto da Bernini. La mostra è intitolata La carrozza berniniana del Cardinal Chigi. E prende spunto dal fatto che nel 2024 il museo di Ariccia è entrato in possesso, grazie a un legato del ministero della Cultura, di una delle cornici dorate che, su disegno del maestro, e grazie alle esperte mani di Ercole Ferrata, ma anche di altri collaboratori, decoravano la cosiddetta, perduta “Carrozza nera” Chigi.

Gian Lorenzo Bernini, Ercole Ferrata, Cornice della carrozza di Flavio Chigi (1657; rame cesellato e dorato, 52 x 46 cm; Ariccia, Palazzo Chigi)
Gian Lorenzo Bernini, Ercole Ferrata, Cornice della carrozza di Flavio Chigi (1657; rame cesellato e dorato, 52 x 46 cm; Ariccia, Palazzo Chigi)
Gian Lorenzo Bernini, Quattro teste grottesche urlanti (bronzo dorato su marmo nero Marquina, altezza 15,5 cm; Collezione privata)
Gian Lorenzo Bernini, Quattro teste grottesche urlanti (bronzo dorato su marmo nero Marquina, altezza 15,5 cm; Collezione privata)

La seconda, più ampia mostra (45 i dipinti esposti), è collegata alla prima e si intitola Bernini e la pittura del ‘600. Dipinti della Collezione Koelliker. Partendo dalle acquisizioni nei primi anni di questo secolo, da parte del facoltoso collezionista lombardo, di alcuni dipinti poi registrati nella monografia di Petrucci del 2006 su Bernini pittore, la rassegna si snoda lungo i molti rivoli della pittura barocca, di artisti di ambito berniniano ma non solo, che impreziosisce la raccolta conservata nel palazzo in via Fontana a Milano: temi mitologici come L’educazione di Bacco di Giacinto Brandi, molti soggetti sacri, in primis un tardo (1665-69) e commovente Pietro da Cortona (Battesimo di Cristo) reso noto nel 1962 da Giuliano Briganti, ma anche profani (l’avvenente Venere con il pomo d’oro del 1630 di Andrea Sacchi). E poi storie bibliche, quali Sansone sbrana il leone di Giovanni Lanfranco, coevo del quadro di identico soggetto di Bernini, ma non presente in mostra poiché di una collezione diversa dalla Koelliker. Ma anche quadri di storia (il teatrale Alessandro Magno uccide Clito, dipinto da Mattia Preti negli anni Cinquanta) ed altri di impronta moraleggiante come il Ritratto di cortigiana penitente, dello pseudo Caroselli, che ha risvolti quasi grotteschi.

Un panorama certo non esaustivo della pittura barocca nei decenni centrali del XVII secolo, quello offerto dalla mostra. Ma specchio del gusto di un collezionista quale Luigi Koelliker, seguito in questa passione dal figlio Edoardo, i cui dipinti (la raccolta ne conta all’incirca 1.300) è di casa ad Ariccia poiché qui sono state ospitate nel 2005 e nel 2006 le mostre, con opere del mecenate lombardo, dedicate a Mola e il suo tempo e a La ‘schola’ di Caravaggio. Del 2006 è anche l’esposizione in palazzo Reale a Milano sulla pittura del Seicento lombardo presente a casa Koelliker: un patrimonio che non è aperto al pubblico – neanche nelle giornate Fai – ma che, grazie alla disponibilità da parte del collezionista, è tornato a essere offerto in prestito per mostre in Italia, dopo un lungo periodo di stop seguito a un assurdo disguido burocratico.

“Soffermarsi davanti a un ritratto è incontrare una persona. La guardi negli occhi e cerchi di capire che cosa c’è dietro. Nei ritratti è la vita che pulsa, c’è l’uomo, c’è l’intelligenza dell’azione”, ha detto una volta Luigi Koelliker. Quindi non nature morte o paesaggi, soggetti della pittura di genere seicentesca che è assente in mostra. Ma i ritratti, l’anima oltre il volto, che sia di pittori o dame, prelati o nobili, sono indubbiamente il tratto forte e caratterizzante della proposta espositiva curata da Petrucci, autore in catalogo (166 pagine, De Luca Editore) dell’ampio saggio sulla pittura di Bernini (comprese alcune novità non presenti in mostra) come anche di tutte le schede delle opere esposte.

Dopo le pionieristiche monografie di Luigi Grassi (1948) e Valentino Martinelli (1950), non è più una novità il ruolo apicale di Giovan Lorenzo Bernini anche nella pittura del Seicento, quindi non solo nella scultura, nell’architettura, nelle feste barocche e persino nel teatro (come attesta il suo copione con I segreti del signor Graziano. Commedia ridicolosa ripubblicato nel 2022 da Succedeoggi libri). E sono arrivate poi, più recentemente, le esposizioni romane su Bernini pittore di palazzo Barberini nel 2007-08 (curata da Tomaso Montanari, che ha tuttavia una visione più ristretta, rispetto a Petrucci, dei pezzi attribuiti al maestro nel catalogo dei suoi quadri) e del 2017-2018 alla Galleria Borghese.

Andrea Sacchi, Venere (olio su tela, 73,5 x 92,5 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK1400)
Andrea Sacchi, Venere (olio su tela, 73,5 x 92,5 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK1400)
Mattia Preti, Alessandro Magno uccide Clito (olio su tela, 148,5 x 202 cm; Milano, Collezione Luigi Koelliker, inv. LK1209)
Mattia Preti, Alessandro Magno uccide Clito (olio su tela, 148,5 x 202 cm; Milano, Collezione Luigi Koelliker, inv. LK1209)
Gian Lorenzo Bernini, Autoritratto mentre disegna (1623-1625; olio su tela, 47 x 38,7 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK0584)
Gian Lorenzo Bernini, Autoritratto mentre disegna (1623-1625; olio su tela, 47 x 38,7 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK0584)

cristo alla colonna

Gian Lorenzo Bernini, Levantino sdraiato (1648-1650; olio su tela, 50,7 x 76,1 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK1511)
Gian Lorenzo Bernini, Levantino sdraiato (1648-1650; olio su tela, 50,7 x 76,1 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK1511)
Giovan Battista Gaulli, Ritratto di abate (olio su tela, 75 x 57,5 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK0803)
Giovan Battista Gaulli, Ritratto di abate (olio su tela, 75 x 57,5 cm; Milano, Collezione Koelliker, inv. LK0803)

Del resto, fino ad alcuni decenni fa pochi erano i dipinti noti di un corpus che il biografo del maestro, Filippo Baldinucci, contava nel 1682 (due anni dopo la morte del pittore) in ben 150 quadri, tra quelli rimasti in casa dei figli, i tanti nelle dimore principesche dei Barberini e dei Chigi, ma anche gli altri sparsi nei palazzi di altri casati romani. Del giovane che nel 1624, a 26 anni, veniva chiamato in quanto “pittore” e con altri suoi colleghi – Roncalli, Cesari o Lanfranco – a certificare che le “miracolose” macchie ematiche su una preziosa reliquia conservata alla Chiesa Nuova “non sono fatte a guazzo… e nemmeno possono essere state eseguite a olio” (come ha rivelato Sofia Barchiesi in Giardino di conversazioni, scritti in onore di Augusto Gentili uscito nel 2023), ad Ariccia abbiamo il coevo Autoritratto mentre disegna che, realizzato o meno allo specchio, offre un vero faro sul privato del grande artista. Bernini si è (o l’hanno) raffigurato in panni umili ma decorosi, da lavoro, mentre attende al disegno che, sviluppato in ogni forma e tecnica dell’arte, lo ha reso poi celeberrimo. Di altra foggia, e di uno sguardo diretto negli occhi dello spettatore, è fatto invece l’abito dell’uomo che Petrucci ritiene di identificare nel poeta Virginio Orsini, morto nel 1624 a soli 29 anni. E sempre a Bernini viene attribuito il bellissimo ritratto (forse a posare fu Luigi, fratello e fido collaboratore dell’artista) acquistato da Koelliker nel 2005 da un collezionista svizzero: il volto dell’uomo viene a prendere in primo piano la luce emergendo dal buio dello sfondo; e sono tipiche di Bernini, sostiene Petrucci, “la vivezza espressiva indagatrice e soprattutto la capacità di creare un rapporto di empatia con il riguardante”. Nella stessa sala sono esposti il Cristo alla colonna, tra Tiziano e Rubens, del 1625-30, e Il Levantino sdraiato (1648-50), gli altri due dipinti attribuiti alla mano del genio barocco che traspone anche in pittura il plasticismo della scultura: bisogna tenere a mente gli occhi del Luigi Bernini per ritrovare un simile cipiglio in alcuni ritratti nelle altre sale ma di altri autori. Come l’autoritratto un po’ da bullo di Jan Miel (del 1650 circa), o quello, stessi baffi e pizzetto, di Jan Van den Hoecke (1640 circa). Fino al veneziano “Nicolò Sagredo” dallo sguardo spavaldo nel ritratto eseguito dal Borgognone (al secolo Guillame Courtois) o a quello di un prelato dai lunghi e canuti capelli, ricondotto alla mano del Baciccio (Giovan Battista Gaulli).

Non fa parte del percorso della mostra, ma è da non perdere, lo straordinario clipeo con San Giuseppe e il Bambino firmato e datato (1663) da Giovan Lorenzo Bernini. L’opera si trova sul muro della cappella al piano nobile di palazzo Chigi. È sufficiente quindi scendere lo scalone per ammirare la bellezza di una sanguigna berniniana che regge il confronto con l’arte di Bernini pittore. E contemplare la figura del santo/falegname che – con una tenerezza quasi materna, sulla scia dell’identico soggetto di Guido Reni, ma anche della scultura classica del “Sileno con Dioniso infante” – accudisce il Figlio. E giustamente Petrucci segnala la coincidenza non casuale dell’arrivo nel 1662, dopo due femmine, di un figlio maschio per Agostino Chigi, protettore dell’artista. Ma anche le parole, evidenziate da Maurizio Fagiolo dell’Arco, che si trovano nel testamento del grande maestro: il “Cavalier Bernino ha raccomandato la sua anima […] a tutti i santi […]: san Giuseppe particolarmente, patrono degli artigiani, che lo ha assistito nel suo difficile lavoro di padre”.


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Carlo Alberto Bucci

L'autore di questo articolo: Carlo Alberto Bucci

Nato a Roma nel 1962, Carlo Alberto Bucci si è laureato nel 1989 alla Sapienza con Augusto Gentili. Dalla tesi, dedicata all’opera di “Bartolomeo Montagna per la chiesa di San Bartolomeo a Vicenza”, sono stati estratti i saggi sulla “Pala Porto” e sulla “Presentazione al Tempio”, pubblicati da “Venezia ‘500”, rispettivamente, nel 1991 e nel 1993. È stato redattore a contratto del Dizionario biografico degli italiani dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana, per il quale ha redatto alcune voci occupandosi dell’assegnazione e della revisione di quelle degli artisti. Ha lavorato alla schedatura dell’opera di Francesco Di Cocco con Enrico Crispolti, accanto al quale ha lavorato, tra l’altro, alla grande antologica romana del 1992 su Enrico Prampolini. Nel 2000 è stato assunto come redattore del sito Kataweb Arte, diretto da Paolo Vagheggi, quindi nel 2002 è passato al quotidiano La Repubblica dove è rimasto fino al 2024 lavorando per l’Ufficio centrale, per la Cronaca di Roma e per quella nazionale con la qualifica di capo servizio. Ha scritto numerosi articoli e recensioni per gli inserti “Robinson” e “il Venerdì” del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Si occupa di critica e di divulgazione dell’arte, in particolare moderna e contemporanea (nella foto del 2024 di Dino Ignani è stato ritratto davanti a un dipinto di Giuseppe Modica).



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