Wilhelm Brasse, il fotografo di Auschwitz che salvò decine di migliaia di immagini


Fotografare tutti i prigionieri che arrivavano nel campo di Auschwitz: era questo il compito di Wilhelm Brasse, ancora oggi ricordato come il “fotografo di Auschwitz”. La sua storia.

Fotografare tutti i prigionieri che arrivavano nel campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz: era questo il compito di Wilhelm Brasse, ancora oggi ricordato come il “fotografo di Auschwitz”. Tre foto per ogni prigioniero e mentre scattava, Wilhelm sapeva già il loro triste destino. Di morte, di sofferenza, di atrocità. Uomini, donne, bambini, anziani sono passati davanti alla sua macchina fotografica, inconsapevoli di quello che sarebbe accaduto loro, della loro vita che si sarebbe spezzata, del loro mancato futuro. Volti spaventati, stanchi, segnati dalla sofferenza e dalla paura.

Fu anche lui internato nel campo, ma viste le sue capacità di fotografo si trovò a essere testimone e “collaboratore” del sistema nazista nel campo di Auschwitz, costretto a fotografare tutti i prigionieri per facilitare ai vertici del campo le identificazioni. Avrebbe potuto rifiutarsi? Forse sì, ma sapeva bene che il suo rifiuto lo avrebbe portato a morte certa; per istinto di sopravvivenza accettò l’incarico, ma compì la scelta salvando decine di migliaia di fotografie al momento della liberazione del campo, di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario. Tutto il suo lavoro costituì infatti una preziosa documentazione di tutte le atrocità che avvennero nel campo di sterminio di Auschwitz e un prezioso aiuto per i processi ai criminali di guerra nazisti.

Nato il 3 dicembre 1917 a Żywiec, in Polonia, suo padre era di origini austriache, mentre sua madre era polacca. Fin dalla sua adolescenza, Wilhelm sviluppò una profonda passione per la fotografia, trascorrendo molto tempo nello studio fotografico di proprietà di una zia, a Katowice, dove iniziò ad apprendere i segreti del mestiere. La sua vita cambiò radicalmente con l’invasione nazista della Polonia. A causa delle sue origini austriache da parte di padre, le autorità occupanti tentarono ripetutamente di convincerlo a unirsi alle loro forze armate, sottoponendolo a continue pressioni, ma Brasse si oppose fermamente e rifiutò ogni forma di collaborazione con il regime. Le tensioni aumentarono al punto che Wilhelm decise di fuggire dalla Polonia per raggiungere la Francia, ma il suo piano fallì. Fu catturato al confine con l’Ungheria durante il tentativo di fuga e imprigionato. Durante la sua detenzione, i nazisti continuarono a cercare di reclutarlo nell’esercito nazista, ma lui mantenne il suo rifiuto con determinazione. La sua decisione di non adesione lo portò nel 1940 ad essere ripetutamente interrogato dalla Gestapo e infine deportato al campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz, che era stato da poco aperto. Fu registrato con il numero 3444. Ad Auschwitz, fu inizialmente trattato come tutti gli altri prigionieri: sottoposto a lavori forzati e a condizioni di vita estreme, ma poi la macchina fotografica lo salvò dalla morte. Fu infatti reclutato dal comandante del campo, Rudolf Höss, per fotografare i prigionieri che, man mano, arrivavano al campo; fu scelto per lavorare nel laboratorio fotografico gestito dalla Gestapo all’interno del complesso, nel blocco 26 di Auschwitz I.

Wilhelm Brasse
Wilhelm Brasse
Fotografie di Wilhelm Brasse
Fotografie di Wilhelm Brasse
Fotografia di Wilhelm Brasse
Fotografia di Wilhelm Brasse
Fotografia di Wilhelm Brasse
Fotografia di Wilhelm Brasse

I prigionieri venivano convocati nel laboratorio fotografico attraverso la Häftlingsschreibstube, l’ufficio amministrativo dei detenuti. Prima di essere fotografati, dovevano rispettare una serie di rigide procedure: i prigionieri erano obbligati a farsi radere e a cucire in modo chiaro sui loro uniformi a strisce da prigioniero il numero identificativo e un triangolo che a seconda del colore indicava il motivo della prigionia. Era inoltre obbligatorio indossare un copricapo. Al momento stabilito, i prigionieri si disponevano in fila ordinata davanti al blocco 26, seguendo l’ordine numerico crescente, così da agevolare il lavoro dei fotografi. Ogni prigioniero veniva fotografato in tre pose standard: di profilo, di fronte a viso scoperto e di fronte con copricapo (gli uomini) o con uno scialle (le donne). Nell’angolo in basso a sinistra di ogni fotografia erano riportati il numero identificativo, la nazionalità e l’indicazione “KL Auschwitz” (abbreviazione di Konzentrationslager Auschwitz). Questo sistema rigoroso aveva lo scopo di documentare e catalogare, in modo spietatamente burocratico, ogni prigioniero del campo.

Tra i suoi compiti Brasse si trovò anche, in seguito all’incontro con il dottor Josef Mengele, il medico criminale nazista, chiamato il “dottor morte”, a documentare gli esperimenti medici condotti sui prigionieri trattati come cavie umane. Per Wilhelm, la consapevolezza che tutti i prigionieri immortalati dalle sue fotografie fossero destinati a una morte certa trasformò ogni scatto in un supplizio. Ogni immagine raccontava un frammento dell’orrore quotidiano: brutalmente picchiati, consumati da malattie e maltrattamenti, ridotti a scheletri che camminavano, con volti segnati dal terrore e dalle violenze subite. Il suo obiettivo era costretto a documentare una realtà disumana, e lui testimone silenzioso di un incubo che lo avrebbe perseguitato per tutta la vita.

Wilhelm Brasse, insieme a Bronisław Jureczek, un altro prigioniero che lavorava nel laboratorio fotografico di Auschwitz, svolse un ruolo cruciale nel salvare tante di queste fotografie. Nel gennaio del 1945, con l’avvicinarsi dell’Armata Rossa, i due ricevettero l’ordine di distruggere tutta la documentazione fotografica. La supervisione del compito era affidata a Bernhard Walter, il capo dell’Erkennungsdienst, il dipartimento di identificazione fotografica. Mentre eseguivano l’ordine, Brasse e Jureczek misero nella fornace della carta fotografica bagnata e grandi quantità di fotografie e negativi. Una tale quantità di materiale avrebbe impedito al fumo di fuoriuscire. Una volta accesa la fornace, pensarono che in quel modo solo alcune fotografie si sarebbero bruciate e che poi il fuoco senza ossigeno si sarebbe spento. Fingendo di avere fretta, ne sparsero alcune per le stanze del laboratorio: durante l’evacuazione, nella fretta, nessuno avrebbe avuto il tempo di prendere tutto e quindi qualcosa si sarebbe salvato. Prima di abbandonare definitivamente l’edificio, i due chiusero infine la porta del laboratorio con assi di legno per impedire l’accesso. Grazie a questa azione furono salvate 38.916 fotografie.

Dopo la liberazione del campo da parte delle forze alleate, il materiale fotografico recuperato fu messo in sacchi e, secondo il racconto di Józef Dziura, un ex prigioniero, venne consegnato a un fotografo a Chorzów. Successivamente, il materiale fu portato presso un ufficio della Croce Rossa polacca a Cracovia. Nel 1947, le fotografie furono infine trasferite negli archivi del museo del campo di concentramento nazista Auschwitz-Birkenau di recente istituzione a Oświęcim.

Il blocco 26. Foto: Auschwitz-Birkenau Memorial and Museum, www.auschwitz.org
Il blocco 26. Foto: Auschwitz-Birkenau Memorial and Museum, www.auschwitz.org
Prigioniere ad Auschwitz. Foto di Wilhelm Brasse
Prigioniere ad Auschwitz. Foto di Wilhelm Brasse
Czesława Kwoka. Foto di Wilhelm Brasse
Czesława Kwoka. Foto di Wilhelm Brasse

Il processo di descrizione e catalogazione di questa documentazione fu affidato a Karol Rydecki, anch’egli ex prigioniero del campo, che lavorava nel Mechanical Documentation Department del museo. Durante il suo lavoro, Rydecki annotò sul retro delle fotografie, utilizzando matita o inchiostro, informazioni come nomi dei prigionieri, date e luoghi di nascita, date di arrivo al campo e date di morte. Grazie a queste annotazioni, le fotografie sono diventate non solo una testimonianza visiva dell’orrore di Auschwitz, ma anche una fonte storica preziosa.

E Brasse? Dopo la Liberazione, una volta tornato a casa, a Żywiec, dov’era nato, non riuscì più scattare alcuna fotografia. “Nonostante avessi una macchina Kodak, non sono più riuscito a fotografare, ne avevo repulsione”, confessò a distanza di anni. Negli ultimi anni della sua vita, decise di raccontare pubblicamente la sua storia, contribuendo alla memoria storica dell’Olocausto. Nel film documentario polacco Il Ritrattista (Portrecista), diretto da Irek Dobrowolski e prodotto da Anna Dobrowolska nel 2005 e trasmesso per la prima volta alla televisione polacca TVP1 il 1º gennaio 2006, raccontò non solo il suo lavoro nel campo di concentramento e il peso morale che dovette sopportare, ma anche le storie dietro alcune immagini che aveva scattato lui stesso. Tra queste anche la storia di Czesława Kwoka, quattordici anni e polacca come lui, deportata insieme alla madre nel campo di Auschwitz e uccisa con un’iniezione di fenolo nel marzo 1943, un mese dopo sua madre. Nella tripla foto diventata famosa, Czesława indossa l’uniforme a strisce, in una anche con uno scialle sulla testa, sopra i capelli corti appena costretta a farseli tagliare, come prevedevano le regole del campo. Accanto al numero che la contrassegnava, attaccato sull’uniforme, un triangolo rosso che la indicava come prigioniero politico. Si notano anche segni di violenza sulle labbra: secondo la testimonianza di Brasse, subito prima delle foto venne picchiata da una dei supervisori perché, confusa di fronte agli ordini ricevuti e dalla lingua che non conosceva, non capiva cosa dovesse fare. Così la donna sfogò la sua rabbia contro la ragazza innocente. “Lei pianse, ma non poté fare nulla. Prima che la fotografia fosse scattata, la ragazza si asciugò le lacrime e il sangue dal taglio sul labbro. A dire la verità, mi sentivo come se fossi stato colpito io stesso, ma non potevo intromettermi. Sarebbe stato fatale. Non potevi dire assolutamente nulla”, raccontò Brasse nel documentario.

La storia di Wilhelm Brasse, che morì nel 2012, all’età di 94 anni, è stata raccontata anche in un libro, Il fotografo di Auschwitz, scritto da Luca Crippa e Maurizio Onnis, pubblicato nel 2013 da Piemme. Cinque anni di vita nel campo, oltre cinquantamila scatti. Testimonianze visive che fanno comprendere la realtà di Auschwitz e le atrocità dell’Olocausto. Perché attraverso le immagini e la memoria si continui sempre a ricordare.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, è co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. È nata a Carrara nel 1987 e si è laureata a Pisa. È responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.




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