Tommaso Buldini, la pittura surreale di un artista dal subconscio prolifico


Tommaso Buldini (Bologna, 1979) è un artista che pratica una pittura surreale, con iconografie che si ispirano al Medioevo, a Bosch, ma anche a tanta letteratura del Novecento. Un profilo dei suoi stream of consciousness.

“Tutto può succedere” nei mondi di Tommaso Buldini (Bologna, 1979), per citare le sue stesse parole prese a prestito dall’ultima scena di Fanny e Alexander mutuata, a sua volta, da Strindberg. “Tutto è possibile e probabile”, anche che diavoli convivano con blemmi (esseri acefali, con gli occhi e la bocca sul ventre o sul torace), alberi antropomorfi e torri occhiute, incappucciati, mostriciattoli, cupidi arpisti dai volti-teschio di collodiana memoria, parti anatomiche fluttuanti, corpi senza testa o teste senza corpi dai cui orifizi entra ed esce di tutto (omini, spaghetti, insetti, strani animali), intenti in azioni spesso prive di senso perché in questi microcosmi “tempo e spazio non esistono. Su una cornice debole della realtà, l’immaginazione gira tessendo nuovi modelli”.

Buldini, dopo aver studiato grafica a Milano, si è dedicato a lavorare come illustratore, graphic designer ed animatore video e, in un primo momento, si è approcciato all’arte facendo incisioni e chine. “Ho cominciato a disegnare durante le scuole medie e ho proseguito sino al terzo anno”, mi dice, in una calda mattina di luglio, in cui ho avuto l’occasione di conversare con lui. “Disegnavo paesaggi pieni di personaggi, cose violente e perverse non apprezzate e capite dagli insegnanti. Da grande mi sono ispirato a quello stesso immaginario, suggestionato anche da artisti a me affini come Giovanni Battista Podestà”. Dal 2018 ha iniziato a dipingere su tela, legno e carta usando acrilici e colori vivaci, dando vita ad universi improbabili, realtà da incubo in un Realm of unreal costituito da messe in scena di impulsi incontenibili, teatrini dell’assurdo grotteschi e disturbanti in un caos delirante dove tutto è calcolato e ordinato con minuzia di particolari ossessivi. Questi stream of consciousness dalle tinte accese, brulicanti di creaturine ed elementi partoriti da un subconscio prolifico, parlano un linguaggio surreale, spesso inaccettabile, allucinato, intriso però di humour e rimandi fumettistici, con uno sguardo al Medioevo (penso a Giovanni da Modena per rimanere nell’interland felsineo e all’affresco in San Petronio dove un diavolo storpia Maometto), o ai quadri di Bosch.

Tommaso Buldini, Realm of Unreal (acrilico su tela, 100 x 80 cm)
Tommaso Buldini, Realm of Unreal (2024; acrilico su tela, 100 x 80 cm)
Tommaso Buldini, Invoco il vuoto (2021; acrilico su tavola, 80 x 60 cm)
Tommaso Buldini, Invoco il vuoto (2021; acrilico su tavola, 80 x 60 cm)
Fotogramma del video musicale di Tommaso Buldini per Luna Araba di Colapesce e Dimartino e Carmen Consoli
Fotogramma del video musicale di Tommaso Buldini per Luna Araba di Colapesce e Dimartino e Carmen Consoli
Fotogramma del video musicale di Tommaso Buldini per Luna Araba di Colapesce e Dimartino e Carmen Consoli
Fotogramma del video musicale di Tommaso Buldini per Luna Araba di Colapesce e Dimartino e Carmen Consoli
Fotogramma del video musicale di Tommaso Buldini per Noia mortale di Colapesce e Dimartino
Fotogramma del video musicale di Tommaso Buldini per Noia mortale di Colapesce e Dimartino
Tommaso Buldini, Gummo (2024; tecnica mista su tela, 80 x 100 cm)
Tommaso Buldini, Gummo (2024; tecnica mista su tela, 80 x 100 cm)
Tommaso Buldini, Esoterica (2024; tecnica mista su tela, 50 x 60 cm)
Tommaso Buldini, Esoterica (2024; tecnica mista su tela, 50 x 60 cm)

I suoi universi sono densi di iconografie che si ripetono e spesso migrano di lavoro in lavoro: alberi, demoni, teste senza corpo, corpi decapitati, ma anche teschi, occhi, piramidi, incappucciati, chiavi, spade (elementi, questi ultimi, dalle simbologie inevitabilmente associate al mondo dell’occulto e dell’esoterismo). Se pensiamo all’etimologia greca di simbolo, συμβαλλω (“symballo”), questa ci rimanda al verbo “mettere assieme”, a realtà da riempire. Buldini trasferisce queste immagini da un’opera all’altra con una precisione quasi compulsiva, entro spazi dove si avverte un certo horror vacui, nonostante uno dei suoi lavori, quasi a sberleffo, sia invece intitolato Invoco il vuoto. Ed è lui a spiegare perché: “invoco il vuoto come stato interiore. Riguardo alle immagini si tratta di codici per parlare a chi può capire”, mi confida. “La parte più bella di questi sei anni di esperienza è avere avuto la possibilità di comunicare senza parole a persone che sono poi diventate importanti nella mia vita grazie anche a un linguaggio condiviso. Queste figurazioni si riferiscono ad archetipi strettamente connessi a un vissuto personale, o a traumi, segreti familiari. Parlano a persone che si avvicinano al mio lavoro e si riconoscono. Il novanta per cento delle cose che vedi nelle mie creazioni deve esserci; ogni elemento è lì per un motivo preciso. Io rappresento qualcosa che vedo, lo traspongo sulla tela e soltanto dopo capisco quello che ho fatto. La piramide ad esempio, per quel che mi riguarda, è un contenitore di qualcosa tenuto dentro da tanto tempo, uno scrigno. Si tratta di simboli che hanno un’estetica che mi piace ma che è slegata da riferimenti esoterici o massonici come erroneamente qualcuno ha interpretato”.

Sono lavori dettati da una sorta di pittura automatica che guardano a un certo cinema indipendente, “sopra le righe”, come Gummo di Harmony Korine, da cui lo stesso Buldini riconosce d’essere stato influenzato emotivamente, a quello degli esordi (viene in mente per certi versi Méliès con alcune atmosfere da Luna Park oniriche attraversate da lune antropomorfe) e ai film horror. A ispirare Tommaso inoltre, sono anche quegli street artist, ormai diventati nomi di fama internazionale, gravitanti intorno al territorio bolognese del calibro di Blu ed Ericailcane o esponenti dell’Art Brut (corrente, insieme a quella della Lowbrow, nella quale confluisce lo stesso lavoro di Buldini) come il succitato Giovanni Battista Podestà nelle cui opere si imbatte nel 2012 durante la mostra Banditi dell’arte presso La Halle Saint Pierre di Parigi. “Sicuramente”, aggiunge, “hanno rivestito un ruolo fondamentale certi riferimenti culturali come I racconti di Tommaso Landolfi e in particolare L’isola delle blatte, la Macchina morbida e Il pasto nudo di Burroughs ma anche alcuni racconti del Muro di Sartre e Il sosia di Dostoevskij”.

Tommaso Buldini, Il buon samaritano (2023; acrilico su tela, 50 x 40 cm)
Tommaso Buldini, Il buon samaritano (2023; acrilico su tela, 50 x 40 cm)
Tommaso Buldini, Harmony (2023; acrilico su tela, 30 x 40 cm)
Tommaso Buldini, Harmony (2023; acrilico su tela, 30 x 40 cm)
Tommaso Buldini, Gambe divaricate (2021; acrilico su tela, 60 x 50 cm)
Tommaso Buldini, Gambe divaricate (2021; acrilico su tela, 60 x 50 cm)
Tommaso Buldini, Inside is outside (2020; acrilico su tela, 100 x 80 cm)
Tommaso Buldini, Inside is outside (2020; acrilico su tela, 100 x 80 cm)
Tommaso Buldini, Il trillo del diavolo (2021; acrilico su tela, 50 x 60 cm)
Tommaso Buldini, Il trillo del diavolo (2021; acrilico su tela, 50 x 60 cm)

L’occhio, organo fondamentale quando si parla d’arte, nei suoi lavori è onnipresente, moltiplicato, fuori posto, sembra quasi assumere una valenza di controllo, come se un osservatore dall’alto non volesse perderci di vista. “Anche in questo caso”, prosegue Buldini, “si tratta piuttosto di una consapevolezza di ciò che non va in me o che non è andato. Non è un simbolo massonico, non è l’occhio del potere come molti hanno pensato, ma è un occhio talvolta chiuso altre aperto, conscio di vissuti. Può riferirsi al mio occhio o a quello dei miei genitori. Il lavoro è basato sul mio passato a chi c’è ancora e a chi non c’è più. Alludo a episodi che hanno coinvolto i miei familiari oltre me. Ciò che faccio si rivolge a un vissuto personale o a quello dei miei avi: mia nonna preparava i cadaveri per le esercitazioni di anatomia e a tre anni frequentavo questi corridoi della facoltà pieni di scheletri che sono ancora impressi nella mia memoria. Il mio bisnonno invece, Lodovico Barbieri, direttore della biblioteca dell’Archiginnasio, rimase ucciso sotto le macerie durante i bombardamenti del ’44 che colpirono la palazzina di Casaglia dove erano stati ricoverati i libri più preziosi”.

Gli esordi sono con la Galleria Rizomi di Parma che porta Tommaso a Scope Basel a Basilea, e poi in Francia dove collabora con il magazine Hey e prende parte a due collettive presso Arts Factory e alla fiera P/cass e Ddessin. Rizomi presenta inoltre il suo lavoro all’Outsider Art Fair di New York; poi sarà la volta di Miami Art Fair e Bruxelles. Con Demoniaco, uno spettacolo di pittura animata “delirante e luciferino” sonorizzato da Colapesce e performato dal duo Plastikhare, espone a Milano e in Slovenia. Dall’incontro con il musicista nel 2020 nascono un paio di collaborazioni che lo vedono impegnato in videoclip musicali (Luna Araba, Noia mortale) insieme allo stesso Colapesce, Dimartino e Carmen Consoli. Buldini ama la sperimentazione: da qui prendono vita opere NFT, diorami, le scenografie di video per la compagnia parigina Nonna Sima di Silvia Malagugini e persino la realizzazione di un videogioco parapsicologico dal titolo evocativo Hallucinator. A giugno di quest’anno ha concluso la sua ultima mostra, una bipersonale con l’artista Margherita Paoletti, I Santi dell’anno 2064 presso la Cellar Contemporary di Trento.

Tommaso Buldini, Dormi sereno (2018; acrilico su tavola, 84 x 140 cm)
Tommaso Buldini, Dormi sereno (2018; acrilico su tavola, 84 x 140 cm)
Tommaso Buldini, Tra lente braccia (2018; acrilico su tela, 70 x 50 cm)
Tommaso Buldini, Tra lente braccia (2018; acrilico su tela, 70 x 50 cm)
Tommaso Buldini, A tavola (2018; acrilico su tela, 70 x 50 cm)
Tommaso Buldini, A tavola (2018; acrilico su tela, 70 x 50 cm)
Veduta della mostra I santi dell'anno 2064 (Trento, Cellar Contemporary, dal 21 marzo al 30 giugno 2024)
Veduta della mostra I santi dell’anno 2064 (Trento, Cellar Contemporary, dal 21 marzo al 30 giugno 2024)
Veduta della mostra I santi dell'anno 2064 (Trento, Cellar Contemporary, dal 21 marzo al 30 giugno 2024)
Veduta della mostra I santi dell’anno 2064 (Trento, Cellar Contemporary, dal 21 marzo al 30 giugno 2024)

In questi giorni , Buldini sta lavorando a The book of the Death, “pagine, appunti e disegni di un diario della morte” ispirati alla recente perdita del padre. “Ho perso mio padre tre settimane fa”, spiega “Faccio esperimenti con la china, per creare un ponte, esternare visioni profonde, mondi inconsci... Anche prima della pittura mi sono sempre interessato a entrare in contatto con i defunti soprattutto con componenti della mia famiglia per mettermi in connessione con loro e riappacificarmi. Riguardo alla morte penso che ci sia un qualcosa che resta delle persone che se ne vanno”. Non è l’unico lavoro a cui Buldini al momento si sta dedicando. In questo momento, sta facendo nuovi esperimenti per una mostra a Parigi e sta lavorando “a un progetto video con un proiettore e due schermi con alcune sue animazioni infernali, personaggi che recitano mantra e musicisti che suonano”: si svolgerà a Ravenna davanti alla tomba di Dante.

Prima di salutarlo, gli chiedo se c’è qualcosa che nessuno gli ha mai domandato. Tommaso non ci pensa due volte: il suo pensiero va subito ai giovani artisti. “Vorrei dire loro d’andare avanti senza lasciarsi influenzare dai pregiudizi di altre persone. Perché se uno ha qualcosa da dire non deve avere paura ad esternarlo... è importante mettersi a nudo, avere il coraggio d’essere se stessi; nel momento in cui ti metti in ascolto della tua solitudine, non hai più paura del giudizio di una galleria e di un critico. In Lettera a un giovane poeta Rilke, rivolgendosi a Kappus, scrive: ‘Un’opera d’arte è buona se nasce da una necessità... guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare’”.


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