Alle origini del tennis: il gioco della racchetta nelle opere del Cinquecento


Il tennis come lo conosciamo oggi comincia a codificarsi verso la metà del XVI secolo: a partire da quest'epoca si diffondono anche le raffigurazioni del gioco della racchetta.

Se ci si aggira per le camere di Palazzo Te a Mantova, in uno degli ambienti che si trovano subito dopo la Camera dei Giganti non si potrà far a meno di notare una teca che custodisce tre palline da gioco: sono le tre “ballette” ritrovate proprio a Palazzo Te, e che nel Cinquecento venivano utilizzate per un gioco molto simile al moderno tennis. Uno sport che ha origini antiche: è interessante notare come il primo riferimento al tennis compaia nell’opera del cronista fiorentino Donato Velluti, che tra il 1367 e il 1370 redasse una Cronica domestica. Nel trattato, Velluti racconta le vicende che precedettero la battaglia di Altopascio, combattuta dalle forze guelfe di Firenze, Siena e Stato Pontificio contro la coalizione ghibellina formata da Lucca e Milano e guidata da Castruccio Castracani. Nel 1325, prima della battaglia, giunsero a Firenze cinquecento cavalieri francesi, alleati dei fiorentini, e pare che un personaggio del tempo, un certo Tommaso di Lippaccio, passasse le giornate a giocare “tuttodì a la palla colloro, e in quello tempo si cominciò di qua a giocare a tenes”. La Cronica di Velluti è l’unico testo in italiano noto di epoca medievale in cui si usa espressamente la parola “tennis”, che dunque sembrerebbe di derivazione francese. Le attestazioni sono comunque rare: bisogna infatti attendere il 1401 per trovare un’altra occorrenza del termine, in un’ordinanza della città di Utrecht in cui viene proibito alle persone di “teneyzen” (ovvero “giocare a tennis”) nei campi del quartiere di Oudwijk.

Non sappiamo di preciso da dove derivi la parola “tennis”, e sono state formulate varie ipotesi. La più attendibile è probabilmente quella che, come anticipato, lega il termine alla lingua francese: il lessicografo inglese John Minshew (1560 - 1627), nel suo trattato Ductor in linguas, notava che “tennis” (nel testo la parola è scritta proprio come la scriviamo oggi) “è la parola che i francesi [...] solitamente pronunciano quando colpiscono la palla”. Si tratterebbe pertanto di una derivazione dal verbo “tenez”, “prendete”, con cui i francesi avrebbero accompagnato i colpi. La spiegazione non è del tutto convincente, spiega Heiner Gillmeister nel suo Tennis: a cultural history. Intanto, non si comprende perché la parola “tennis” venisse usata per descrivere questo gioco in Italia, in Inghilterra e in Olanda, ma non in Francia, dove si preferiva l’espressione jeu de la paume (“gioco del palmo”, per il fatto che in origine la pallina veniva colpita con le mani, prima nude, e poi coperte da appositi guanti). Inoltre, non sono note altre attestazioni storiche dell’abitudine menzionata da Minshew. Sta però di fatto che nel Cinquecento il tennis doveva essere molto diffuso: tornando a Palazzo Te, lo storico Ugo Bazzotti ha spiegato che nel 1502, prima della costruzione della residenza di piacere di Federico II, vicino alle stalle dei cavalli di Francesco II (che aveva fatto bonificare l’area e ci aveva fatto poi installare le scuderie) era stato fatto costruire un edificio apposito per il gioco “della Racchetta”, molto popolare presso la corte gonzaghesca (tanto che altre strutture simili sarebbero state allestite vicino a Palazzo San Sebastiano e a Palazzo Ducale). L’edificio fu poi demolito nel 1784 ma lo si nota nella Urbis Mantuae Descriptio, la mappa disegnata nel 1628 da Gabriele Bertazzolo.

A Mantova giocò a tennis anche l’imperatore Carlo V, come racconta il letterato Luigi Gonzaga I di Palazzolo nella sua Cronaca del soggiorno di Carlo V in Italia (di cui Luigi Gonzaga fu testimone diretto), tra il luglio del 1529 e l’aprile del 1530: nel testo viene riportato il racconto di una partita di doppio che vide opposti da una parte Carlo V e monsignor di Balasone, e dall’altra Ferrante Sanseverino, principe di Bisignano, e monsignor de la Cueva: “giocorno a detta palla forsi quattr’hore, dove sua Maestà si exercitava molto bene et assai ne sa di tal gioco, et giocavano di vinti scudi d’oro la partita, dove alla fine sua Maestà prese sexanta scudi. Et poi fornito, sua Maestà se ne ritornò in camara solamente con li soi Camarieri, et si mudò di camisia, et alquanto se rinfrescò, et stette così per un pezzo ad riposare”.

Le ballette di Palazzo Te
Le “ballette” di Palazzo Te
Dalla Urbis Mantuae Descriptio di Gabriele Bertazzolo: l'edificio cerchiato è quello in cui si giocava a tennis a Palazzo Te
Dalla Urbis Mantuae Descriptio di Gabriele Bertazzolo del 1628 (Mantova, Biblioteca Teresiana): l’edificio cerchiato è quello in cui si giocava a tennis a Palazzo Te

Come si giocava a tennis all’epoca? Possiamo farcene un’idea leggendo il Trattato del giuoco della palla di Antonio Scaino da Salò, opera del 1555 in cui il “giuoco della palla” è definito “esercitio così nobile et raro, tanto giovevole al corpo e all’animo, giovando principalmente alla purification de gli spiriti, con quali l’anima nostra fa tutte le sue operazioni, insino quella dell’intendere”. Si poteva giocare uno contro uno, due contro due, o anche “tre per parte, et con più numero, sì come meglio lor viene, et secondo la capacità dei luoghi”. I “battitori” servono la palla “cacciandola verso gli avversari, detti in tal caso i ribattitori, i quali all’incontro cercano di ribatterla verso di quegli altri, et dura in questo modo il contrasto infin’ a tanto che la palla cessa del movimento, o da sé mancandole il vigore violento in lei concitato da i battitori, o da ribattitori”, oppure perché si è fermata in terra. Nel punto in cui la pallina finisce il suo percorso si segna un punto, la “caccia”, valido se la palla non è uscita dal campo di gioco oppure se un giocatore non ha commesso fallo (ovvero un’infrazione delle regole del gioco, che avviene quando si trattiene la palla con la mano oppure con altre parti del corpo, oppure ancora quando si colpisce la palla con due tocchi). Affinché si possa mettere a segno una “caccia”, la palla, come nel tennis contemporaneo, dev’essere colpita al volo oppure dopo il primo balzo: non si può colpire la palla dopo il secondo balzo, oppure se rotola per terra. Il gioco “non perviene a fine per guadagno fatto d’una caccia sola, ma più caccie s’hanno ad acquistare da chi intende riportarne compiuta vittoria”. Vince la partita chi mette a segno quattro punti di fila, oppure se arriva a cinque nel caso in cui l’avversario conquisti una caccia, oppure a sei se l’avversario ne mette a segno almeno due, e infine a otto se la controparte segna almeno tre punti, ma con la regola che il vincitore deve comunque avere almeno due punti di scarto sul rivale. Le regole prevedevano anche cambi al servizio e cambi di campo, come nel tennis di oggi. Il campo aveva al centro l’antenata dell’odierna rete, una fune che veniva stesa a metà campo (da cui il nome con cui il tennis divenne noto in Italia, “pallacorda”): sappiamo di questa regola dal trattato di un letterato spagnolo, Juan Luis Vives, che in un passaggio della sua Exercitatio linguae latinae del 1539, dove vengono spiegate le regole del tennis, si legge “sub funem misisse globulum, vitium est” (“se la palla finisce sotto la fune, è fallo”).

Nella storia dell’arte si conta anche una lunga serie di illustrazioni del jeu de paume prima e del tennis poi, fin da epoche piuttosto remote: le prime attestazioni note sono quelle che si trovano nei codici miniati. Nel manoscritto Royal MS 20 D IV, conservato alla British Library di Londra e in cui si trova il ciclo noto come Lancelot du Lac, che racconta le imprese di Lancillotto, il foglio 207v reca un’illustrazione in cui si vedono quattro giocatori, uno dei quali sta servendo la palla col palmo della mano e gli altri due stanno aspettando in ricezione. Un’altra illustrazione è quella che si trova nel Libro d’Ore miniato da un artista franco-fiammingo nella prima metà del XIV secolo, oggi al Walters Museum di Baltimora (MS. W88, foglio 59v): in questo caso vediamo i giocatori con le mani guantate. Una partita con tanto di spettatori è invece quella illustrata nel Libro d’Ore di Maria di Borgogna, opera del 1450 circa conservata al Musée Condé di Chantilly in Francia dove vediamo una partita di jeu de paume che si svolge nel contesto di un mercato. Nella stessa epoca appare la prima raffigurazione di un campo coperto, la cui origine viene riferita da Heiner Gillmeister ai chiostri delle abbazie: si trova nel manoscritto Harley 4375 (foglio 151v) della British Library, dov’è contenuto il Valerius Maximus nella traduzione di Simon de Hesdin e Nicholas de Gonesse.

Per vedere la prima partita di tennis moderna occorre attendere il 1538: in un dipinto del fiammingo Lucas Gassel (Helmond, 1490 – Bruxelles, 1568) vediamo infatti finalmente un match dove i giocatori impugnano per la prima volta le racchette. Il dipinto, raffigurante Episodi della storia di David e Betsabea, fa parte della notevole collezione di opere d’arte sul tema del tennis della International Tennis Hall of Fame di Newport, negli Stati Uniti, dove peraltro a metà del 2021 è giunta, tramite donazione, anche la collezione di opere d’arte sul tennis raccolte dall’ex tennista e giornalista sportivo Gianni Clerici (che è anche autore di una ricca pubblicazione sul tema, Il tennis nell’arte, scritto assieme alla storica dell’arte Milena Naldi). Nell’opera di Gassel, di cui sono note ulteriori versioni, la storia biblica di David e Betsabea è inserita all’interno di un palazzo rinascimentale e dei suoi giardini: nella parte inferiore notiamo due uomini che salgono una scalinata e si dirigono verso re Davide (è quello che indossa la corona), il quale riceve da un emissario inginocchiato una lettera da Betsabea. Più indietro vediamo un campo da tennis dove due giocatori si stanno affrontando in una partita: la palla è in volo, i giocatori tengono la racchetta in mano, e le due metà campo sono separate dalla fune che, come ricordato, è la precorritrice dell’odierna rete. Il dipinto di Gassel risale a un’epoca in cui il tennis era diventato molto in voga nelle corti europee: il caso di Mantova citato all’inizio ne è un chiaro esempio.

Anonimo miniatore, Jeu de Paume (inizi del XIV secolo; manoscritto miniato; Londra, British Library, MS. Royal 20. d.IV, fol. 207v)
Anonimo miniatore, Jeu de Paume (inizi del XIV secolo; manoscritto miniato; Londra, British Library, MS. Royal 20. d.IV, fol. 207v)
Anonimo miniatore, Jeu de Paume (inizi del XIV secolo; manoscritto miniato; Baltimora, Walters Art Museum, Ms. W.922)
Anonimo miniatore, Jeu de Paume (inizi del XIV secolo; manoscritto miniato; Baltimora, Walters Art Museum, Ms. W.922)
Maestro di Maria di Borgogna, Jeu de Paume (1480 circa; manoscritto miniato; Chantilly, Musée Condé, MS 76, fol. 6v)
Maestro di Maria di Borgogna, Jeu de Paume (1480 circa; manoscritto miniato; Chantilly, Musée Condé, MS 76, fol. 6v)
Maître François (attribuito), Jeu de Paume (XV secolo; manoscritto miniato; Londra, British Library, MS. Harley 4375, fol. 151v)
Maître François (attribuito), Jeu de Paume (XV secolo; manoscritto miniato; Londra, British Library, MS. Harley 4375, fol. 151v)
Lucas Gassel, David e Betsabea (1538; olio su tavola, 64,77 x 91,44 cm; Newport, International Tennis Hall of Fame)
Lucas Gassel, David e Betsabea (1538; olio su tavola, 64,77 x 91,44 cm; Newport, International Tennis Hall of Fame)
Lucas Gassel, David e Betsabea, dettaglio
Lucas Gassel, David e Betsabea, dettaglio

Nel Cinquecento si registrano altre immagini del gioco del tennis. Per esempio, negli Emblemata (un libro di emblemi, ovvero immagini allegoriche accompagnate da testi) dell’umanista ungherese János Zsámboky (Trnava, 1531 - Vienna, 1584), noto anche col nome latino Johannes Sambucus, vediamo quello che è forse un allenamento perché ci sono due giocatori da una parte e uno dall’altra che tiene in mano due racchette (forse l’allenatore: è la disposizione del tutto inusuale dei giocatori a suggerirci che forse si tratta di un momento di training). Ancora, un disegno del 1627 di Heinrich Schickhardt (Herrenberg, 1558 – Stoccarda, 1635) ci mostra come doveva essere un campo da gioco, la Ballhaus di Stoccarda costruita nel 1560, e che non aveva conosciuto modifiche sostanziali all’epoca in cui venne disegnato da Schickhardt.

Un’altra interessante raffigurazione di una partita di tennis, questa volta in un campo aperto nella campagna ai margini del villaggio di Dompierre-sur-Helpe, è quella del francese Adrien de Montigny (? - 1615), noto per esser stato autore di circa 2.500 acquerelli (contando solo quelli conosciuti) per illustrare gli Albums de Croÿ, una vasta raccolta di acquerelli raffiguranti tutti i paesaggi, le città, i borghi, le foreste, i fiumi che facevano parte delle proprietà di Carlo III duca di Croÿ, committente dell’opera. Si assiste quindi, nei pressi del borgo immerso in un fitto bosco, a una partecipata partita di tennis, con anche alcuni spettatori. C’è invece molto più pubblico in un’illustrazione dello stesso periodo (l’acquerello di Montigny è del 1598), una scena dello Stammbuch del duca Augusto di Brunswick, opera del 1598, che è ambientata in una specie di “Wimbledon” del Cinquecento, ovvero la Ballhaus del Collegio di Tubinga in Germania, dove quattro giocatori si affrontano in una partita di doppio, osservati da un folto pubblico. Lo stesso campo da gioco, riconoscibile per via dei suoi finestroni esagonali e per il pavimento a scacchi, si vede in un’altra illustrazione del 1598, tratta dallo Stammbuch di Johann Heinrich von Offenburg.

Una delle prime raffigurazioni ravvicinate di una racchetta cordata (forse la prima di sempre) compare invece in un disegno di Germain Le Mannier (attivo dal 1537 al 1560) che ritrae il futuro re Carlo IX di Francia all’età di due anni, nel 1552: nel disegno, il piccolo Carlo Massimiliano di Orleans tiene tra le mani una piccola racchetta da tennis, prefigurando quella che sarebbe diventata in futuro una sua grande passione. Non si tratta dell’unico ritratto di un giovane futuro regnante con la racchetta da tennis: un esempio italiano si conserva alla Pinacoteca di Palazzo Mansi a Lucca, dov’è custodito un ritratto di Federico Ubaldo Della Rovere, che fu duca di Urbino tra il 1621 e il 1623, dove l’artista, probabilmente Alessandro Vitali (Urbino, 1580 - 1640 circa), coglie il principino in piedi con racchetta e pallina. In uno degli inventari del Palazzo di Pesaro da dove il dipinto proviene l’opera è così descritta: “retratto del sig[no]r Principe fel[ice] m[emori]a in piedi mentre era putto, balla in mano, cornici di noce”. Sulla stessa falsariga si può menzionare un ritratto di un paggetto che tiene racchetta e pallina, passato in asta da Sotheby’s nel 2014: è un dipinto del 1558-1560, opera della cerchia di Sofonisba Anguissola, dove un bambino, vestito alla moda del tempo, è raffigurato con i due strumenti simbolo dello sport.

Il gioco della pallacorda in una illustrazione degli Emblemata di Johannes Sambucus
Il gioco della pallacorda in una illustrazione degli Emblemata di Johannes Sambucus
Heinrich Schickhardt, Ballhaus di Stoccarda (1627; inchiostro e penna su carta; Stoccarda, Landesarchiv Baden-Württemberg)
Heinrich Schickhardt, Ballhaus di Stoccarda (1627; inchiostro e penna su carta; Stoccarda, Landesarchiv Baden-Württemberg)
Adrien de Montigny, Le village de Dompière (1598, dalla Description particlaire de tout le Pais et Comté de Hainaut; Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, Cod.min.50, vol. 12, fol. 42v)
Adrien de Montigny, Le village de Dompière (1598, dalla Description particlaire de tout le Pais et Comté de Hainaut; Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, Cod.min.50, vol. 12, fol. 42v)
La pallacorda nello Stammbuch del duca Augusto di Brunswick Lüneburg (1597; Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, Cod. Guelf.84.6 Aug.40)
La pallacorda nello Stammbuch del duca Augusto di Brunswick Lüneburg (1597; Wolfenbüttel, Herzog August Bibliothek, Cod. Guelf.84.6 Aug.40)
La pallacorda nello Stammbuch di Johann Heinrich von Offenburg (1598; Tubinga, Städtische Sammlungen)
La pallacorda nello Stammbuch di Johann Heinrich von Offenburg (1598; Tubinga, Städtische Sammlungen)
Germaine Le Mannier, Carlo IX bambino (giugno 1552; matita su carta; Chantilly, Musée Condé)
Germaine Le Mannier, Carlo IX bambino (giugno 1552; matita su carta; Chantilly, Musée Condé)
Alessandro Vitali, Ritratto di Federico Ubaldo della Rovere a due anni con palla e racchetta (1607; olio su tela, 96,5 x 67 cm; Lucca, Pinacoteca Nazionale di Palazzo Mansi)
Alessandro Vitali, Ritratto di Federico Ubaldo della Rovere a due anni con palla e racchetta (1607; olio su tela, 96,5 x 67 cm; Lucca, Pinacoteca Nazionale di Palazzo Mansi)
Cerchia di Sofonisba Anguissola, Ritratto di paggetto con racchetta e pallina (1558-1560 circa; olio su tela; Collezione privata)
Cerchia di Sofonisba Anguissola, Ritratto di paggetto con racchetta e pallina (1558-1560 circa; olio su tela; Collezione privata)
Giovanni Battista Tiepolo, Morte di Giacinto (1752-1753; olio su tela, 287 x 235 cm; Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza)
Giovanni Battista Tiepolo, Morte di Giacinto (1752-1753; olio su tela, 287 x 235 cm; Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza)

Il tennis, o la pallacorda che dir si voglia, era diventato, nella seconda metà del Cinquecento, talmente popolare da... essere entrato anche nella mitologia. Letteralmente: lo studioso Alessandro Tosi, in un articolo pubblicato su Nuncius nel 2013, sottolinea che, dopo la pubblicazione del trattato di Scaino, il poeta Giovanni Andrea dell’Anguillara (Sutri, 1517 - 1572) adattò, in un certo senso, le Metamorfosi di Ovidio, in una traduzione dove l’episodio della morte di Giacinto, avvenuto a seguito di una gara di lancio del disco (secondo il mito, Giacinto morì perché il geloso Zefiro, dio del vento dell’ovest, deviò la traiettoria del disco lanciato da Apollo affinché colpisse fatalmente il giovane amato dal dio della poesia), viene collocato, al contrario, nel mezzo di una partita del “gioco da racchetta”. L’adattamento moderno di Giovanni Andrea dell’Anguillara fu apprezzato al punto da orientare le scelte degli artisti: lo vediamo anche a distanza di due secoli, in un noto dipinto di Giovanni Battista Tiepolo conservato al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, dove l’artista veneziano raffigura la fatale partita di tennis.

Dalla metà del Cinquecento in avanti il tennis dunque non sarà più solo oggetto di illustrazioni di scene di vita quotidiana ma entrerà anche in testi visivi che, scrive Tosi, “nella cornice narrativa fornita dalla mitologia o da complessi immaginari simbolici, presentavano eleganti allegorie nelle quali l’allusione al gioco diventava un elemento moralizzante nel Theatrum vitae humanae, tra Virtus e Voluptas”. Nell’arte del Seicento è infatti molto frequente il riferimento al gioco del tennis come simbolo di vanitas, a significare che nella vita i momenti di spensieratezza sono destinati a svanire. Il tennis, insomma, era già diventato uno sport apprezzato in tutta Europa.


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Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta

Gli articoli firmati Finestre sull'Arte sono scritti a quattro mani da Federico Giannini e Ilaria Baratta. Insieme abbiamo fondato Finestre sull'Arte nel 2009. Clicca qui per scoprire chi siamo





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