Erede di collezionisti ebrei fa causa al Guggenheim di New York e chiede restituzione di un Picasso


L’erede di una coppia di collezionisti ebrei che nel 1938 furono costretti a svendere un quadro di Picasso, oggi al Guggenheim di New York, fa causa al museo per chiedere la restituzione del dipinto. Le versioni di entrambi.

Nel 1938, una coppia di collezionisti ebrei, Karl Adler e Rosi Jacobi fu costretta a svendere un quadro di Pablo Picasso, La repasseuse (Donna che stira) del 1904, per lasciare al più presto la Germania nazista. A ottantacinque anni di distanza, il loro erede, Thomas Bennigson, ha citato in giudizio il Guggenheim Museum di New York chiedendo la restituzione dell’opera, o un congruo risarcimento, stimato in una cifra compresa tra i 100 e i 200 milioni di dollari.

L’erede ha intentato la causa presso la Corte Suprema di Manhattan e intende convincere i giudici del fatto che la vendita sia avvenuta in maniera illegale, oppure sotto pressioni. “Adler non avrebbe ceduto il dipinto in quel momento e al prezzo che ha realizzato”, si legge nel documento presentato al tribunale, “se non fosse stato per le persecuzioni naziste alle quali lui e la sua famiglia furono sottoposti e alle quali avrebbero continuato a essere sottoposti”. Adler era un facoltoso dirigente d’azienda quando Hitler e i nazisti salirono al potere. Aveva acquistato il dipinto nel 1916 da uno dei principali galleristi di Monaco di Baviera, Heinrich Thannhauser, e si trovò costretto a venderlo nel 1938 per raccogliere denaro con cui finanziarsi la fuga. Nel 1937 infatti era stato privato del suo lavoro, in quanto ebreo, al pari di tutti i membri della sua famiglia. Non solo dovette dunque vendere l’opera per mantenersi, ma con il ricavato dovette anche comperare dei costosi visti per poter lasciare la Germania, dapprima girando per l’Europa, poi in direzione Argentina.

Pablo Picasso, La repasseuse (1904; New York, Guggenheim Museum)
Pablo Picasso, La repasseuse (1904; New York, Guggenheim Museum)

“Gli Adler”, si legge nel documento presentato alla Corte di Manhattan, “avevano bisogno di grandi somme di denaro solo per ottenere visti a breve termine durante il loro esilio in Europa. Non potevano lavorare, erano in fuga e non sapevano cosa avrebbe riservato loro il futuro, così gli Adler hanno dovuto liquidare ciò che potevano per raccogliere rapidamente quanto più denaro possibile”. La repasseuse fu venduta al figlio di Heinrich Thannhauser, Justin, nell’ottobre del 1938 per soli 1.552 dollari, che corrispondono a circa 32.000 dollari odierni. Il figlio del gallerista, peraltro, secondo gli eredi di Adler e Jacobi era abituato ad acquistare capolavori da ebrei tedeschi a prezzi stracciati, approfittando della loro sventura, e ben consapevole delle loro difficili situazioni. Inoltre, sempre secondo la causa, “se Karl e Rosi non fossero fuggiti quando lo hanno fatto, avrebbero senza dubbio subito un destino molto più tragico per mano dei nazisti”. Rosi Jacobi scomparve a Buenos Aires nel 1946, all’età di 68 anni, mentre Karl visse fino all’età di 85 anni, mroendo nel 1957. Tuttavia né la coppia né i figli si resero conto che potevano rivendicare il dipinto: credevano infatti che la cessione fosse avvenuta nella legalità.

Ci sono dei precedenti: Bennigson, di professione avvocato, residente in California, e nipote della coppia (la madre è infatti figlia di Karl e Rosi), aveva già in passato dato la caccia ad altre opere di cui i suoi nonni si erano disfatti in tutta fretta. Nel 2009 aveva ottenuto un risarcimento di 6,5 milioni di dollari da un collezionista di Chicago che deteneva la proprietà di una Femme en blanc, un tempo appartenente alla famiglia. Quella della Repasseuse non è infine una storia nuova: già nel 2017 gli eredi avevano contattato il Guggenheim, ma la vicenda si era conclusa con un niente di fatto. Il museo sostiene infatti di aver contattato uno dei figli della coppia, Eric, negli anni Settanta, al fine di accertare la provenienza del dipinto, ma all’epoca non sarebbe emerso niente di anomalo. Inoltre, secondo il museo, non ci sono prove del fatto che Karl Adler o i suoi tre figli, ora deceduti, abbiano considerato la vendita come ingiusta o Thannhauser come un attore in malafede, né al momento della transazione né successivamente. Occorrerà dunque vedere a chi il tribunale darà ragione.


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